Venice on the rocks, 2026, installazione, sacco juta, costruzioni in legno, mappa di Venezia
Non c’è città al mondo che ricordi, più di ogni altra, un immaginario collettivo di bellezza, sensualità, fascino, irrequietezza sentimentale, mistero e instabilità.
“Venice on the rocks”, è il mio termine figurativo che descrive qualcosa che rischia di venire travolto. Venezia è una città fragile di fronte al bradisismo, all’innalzamento del mare, delle maree e al conseguente pericoloso fenomeno dell’acqua alta Ma rappresenta anche un modello sociale di città messa in crisi, o quantomeno a dura prova, dal sovraffollamento turistico e dallo spopolamento dei residenti. Questo titolo così pesante e fortemente evocativo di una situazione incerta dato a questa installazione, credo si adatti magistralmente a uno scenario che unisce il concetto di città in crisi alla sua dimensione materica e istituzionale. Ad esempio, i sacchi originali di juta con la scritta “Magistrato Acque Venezia”, indicano l’istituzione storica nata nel 1501 responsabile della salvaguardia della laguna e della difesa dalle acque, ma dal punto di vista artistico i sacchi di juta evocano l’idea di difesa degli argini che richiedono il pesante lavoro manuale e la fatica necessaria per tenere in piedi la città. E, una scritta ufficiale su un materiale povero come la juta, sottolinea la precarietà di una istituzione che deve combattere contro la forza inarrestabile della natura. Un po’ come la nostra vita, combattuta fra miserie umane e rinascite felici. La contrapposizione con il legno visto dai bambini come un immaginario comune tradisce una lettura infantile molto legata a ciò che Venezia è. Venezia vive sul legno, poggia letteralmente su milioni di pali di legno conficcati nel fango che la sua sorreggono. Le passerelle, i ponti posizionati dall’immaginario infantile su una mappa della città, rappresentano la connessione e la capacità dei veneziani di adattarsi all’elemento liquido. Pensiamo ad esempio ai ponti votivi galleggianti o alle passerelle per l’acqua alta. I campanili sono i simboli della verticalità e della stabilità spirituale e civica che però a Venezia sono spesso pendenti o fragili a causa del suolo su cui poggiano. L’uso di una mappa trasforma l’installazione in un microcosmo. Appoggiare questa invenzione, pensata e voluta dai ragazzi, trasmette l’idea di un progetto urbano che è al contempo organismo vivo e un fragile modellino alla mercé degli eventi. Nulla potrà il “Mose”, la barriera mobile eretta a parziale protezione dei disastri provocati dall’acqua alta. Ma c’è una vita anche per questa struttura che non sarà infinita e che non riuscirà a misurarsi con eventi straordinari dovuti a all’ira della natura. Venezia è unica e nel suo genere inimmaginabile nel ventunesimo secolo. È uno strano dimorfismo della natura o un perpetuarsi di follie dei secoli precedenti? È solo una strana coincidenza turistica, il perpetuare dell’eterno e immutabile Carnevale goduto in piazza San Marco. L’installazione vuole recuperare una Venezia sospesa, costruita su materiali umili e sorvegliata da istituzioni che hanno antiche origini, costantemente in bilico tra la sopravvivenza e l’erosione. Ma è una risposta alla vita. Viviamo di incertezze e cerchiamo sempre la certezza. Niente di più solido dei nostri inattaccabili valori fino al momento in cui non c’è qualcuno che ce li erode. La nostra esistenza è il risultato della nostra resistenza quasi come fossimo sacchi di juta riempiti di sabbia per contrastare le controversie, il pericolo dell’acqua alta. Il pericolo si confronta con la nostra volontà, col il nostro desiderio di sopravvivenza felice ed istintivamente protesa verso il benessere economico, fisico e mentale. La costruzione di un mondo genuino, senza pericoli, quasi infantile ma proteso verso una libertà concettuale e spirituale è quello che ci si poteva aspettare nel momento della nascita, della crescita, della maturità. Ma noi non siamo proprietari di noi stessi: siamo solo viandanti, spesso inconsapevoli, di una vita sospesa fra la difesa (i sacchi di juta) e la gioia cercata nel gioco della vita con la costruzione dei nostri ponti e delle nostre relazioni sociali. La nostra vita sarà in mano nostra se sapremo modellarla in maniera sana e intelligente. L’installazione vuole raccontare una Venezia sospesa, costruita su materiali umili e sorvegliata da istituzioni antiche, sovrannaturali, costantemente in bilico tra sopravvivenza ed erosione. Ma ancora molto viva e godibile. Proprio come la nostra vita.